mag 20

L’olio di pesce non migliora la salute del cuore

Physicians Committee for Responsible Medicine. Fish Oil Does Not Improve Heart Health. May 13, 2013. Breaking Medical News. PCRM.org – Traduzione di InformazioneAlimentare.it

 

La supplementazione di acidi grassi omega-3 non migliora la salute cardiaca, secondo un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine. I ricercatori hanno analizzato i dati ottenuti su 12 513 uomini e donne partecipanti al Risk and Prevention Study dell’Istituto Mario Negri di Milano. Dopo un follow-up della durata media di cinque anni, i pazienti che hanno assunto integratori di omega-3 non hanno ottenuto riduzione del rischio di morte od ospitalizzazione per malattie cardiovascolari, comparati con quelli che hanno assunto un placebo.

Questi risultati supportano due recenti rassegne pubblicate nel 2012.

 

References

Roncaglioni MC, Tombesi M, Avanzini F, et al. n-3 fatty acids in patients with multiple cardiovascular risk factors. New England Journal of Medicine. 2013;368:1800-1808.


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mag 11

Cuore sano = cuore vegano

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Pubblicato da Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana il 9 maggio 2013. ScienzaVegetariana.it

 

Un’altra sostanza contenuta nei cibi animali (compresi latticini e uova) aumenta il rischio cardiovascolare nell’uomo.

Dopo lo studio che abbiamo recentemente segnalato (vedi Cuore sano = cuore vegetariano), che dimostrava come la trasformazione della carnitina da parte dei batteri intestinali è in grado di produrre una sostanza, la TMAO (trimethylamine-N-oxide), che aumenta il rischio cardiovascolare nell’uomo, ecco che un nuovo studio identifica un analogo effetto anche da parte della colina (fosfatidilcolina o lecitina).

Se infatti la carnitina è presente solo nelle carni ma non nei cibi animali indiretti come latticini e uova, la colina invece è una sostanza presente in tutti i cibi animali, ed è in particolare molto abbondante nell’uovo.

Anche la sua trasformazione nell’intestino umano ad opera dei batteri intestinali, analogamente alla carnitina, è responsabile di abbondante produzione di TMAO, sostanza che aumenta il rischio di infarto, ictus e morte.

In questo nuovo studio pubblicato nell’aprile 2013 sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine, i ricercatori hanno esaminato 4007 soggetti e hanno evidenziato come coloro che presentavano i livelli plasmatici più elevati di TMAO presentavano un rischio di eventi cardiovascolari superiore di 2,5 volte rispetto ai soggetti che presentavano i livelli più bassi.

Una dieta vegana, basata su cereali, legumi, verdura, frutta fresca e frutta secca oleaginosa è quindi in grado di abbattere le assunzioni di colina, oltre che di carnitina, fornendo una protezione aggiuntiva nei confronti delle malattie cardiovascolari rispetto a quella già conferita dalla sua abbondanza di fibre, dalla ridotta presenza di grassi saturi e dall’assenza di colesterolo.

Stanno quindi affiorando altri tasselli che possono spiegare perché la dieta vegetariana riduca il rischio di malattie cardiovascolari in maggior misura (32%) di quanto possa essere stimato se si considera solamente il suo effetto favorevole sui livelli di pressione arteriosa e di colesterolo (24%).

Fonte:
Tang WH, Wang Z, Levison BS, Koeth RA, Britt EB, Fu X, Wu Y, Hazen SL. Intestinal microbial metabolism of phosphatidylcholine and cardiovascular risk. New England Journal of Medicine. 2013 Apr 25;368(17):1575-84. doi: 10.1056/NEJMoa1109400.

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mag 05

Fallimenti recenti della vivisezione

icon_novvPubblicato da AgireOra.org il 4 maggio 2013.

 

Nuovi articoli scientifici dimostrano l’inutilità della vivisezione.

Alcuni articoli pubblicati negli ultimi mesi su riviste scientifiche internazionali hanno mostrato molti punti deboli della vivisezione, pratica antiscientifica utilizzata principalmente in due campi: la ricerca di base nelle università e le prove obbligatorie per legge nell’ambito regolatorio nelle industrie.

Proponiamo un commento a due articoli, il primo che riguarda la ricerca di base e il secondo che riguarda i test regolatori.

 

Le risposte genomiche nei topi non simulano le malattie infiammatorie umane in modo efficace

L’articolo “Genomic responses in mouse models poorly mimic human inflammatory diseases” è stato pubblicato nella rivista Proceedings of the National Academy of Sciences nel gennaio 2013 (Junhee Seok et al, Genomic responses in mouse models poorly mimic human inflammatory diseases, gennaio 2013).

In questo studio viene messo in dubbio il valore della sperimentazione su animali tanto da arrivare a dire che, per lo studio delle malattie che coinvolgono il sistema immunitario, si debba abbandonare l’uso dei topi.

Vale la pena segnalare la lista di centri di ricerca di appartenenza degli autori dell’articolo, che sostengono la necessità di cambiare metodo di ricerca:
Stanford Genome Technology Center, Stanford University, Palo Alto, CA, USA.
Massachusetts General Hospital, Harvard Medical School, Boston, MA, USA.
University of Florida College of Medicine, Gainesville, FL , USA.
Ingenuity Inc., Redwood City, CA, USA.
Harborview Medical Center, Seattle, WA, USA.
University of Texas Medical Branch, Galveston, TX, USA.
University of Colorado Anschutz Medical Campus, Denver, CO, USA.
Parkland Memorial Hospital, University of Texas, Southwestern Medical Center, Dallas, TX, USA.
University of Washington School of Medicine, Seattle, WA, USA.
University of Rochester School of Medicine, Rochester, NY, USA.
University of Pittsburgh Medical Center Presbyterian University Hospital, PA, USA.
University of Toronto, Toronto, ON, Canada.
San Francisco General Hospital, University of California, CA, USA.
Division of Plastic and Reconstructive Surgery, Toronto, ON, Canada.
Stritch School of Medicine, Loyola University, Chicago, USA.
School of Medicine, St. Louis, MO, USA.
University of Medicine and Dentistry of New Jersey-Robert Wood Johnson Medical
School, New Brunswick, NJ, USA.

Nonostante varie dimostrazioni scientifiche dell’inutilità della sperimentazione animale, per studiare i meccanismi fisiopatologici di base, per valutare nuovi approcci terapeutici e per decidere quali nuove molecole chimiche potrebbero diventare nuovi farmaci, è ancora diffuso l’utilizzo del cosiddetto modello murino (utilizzo di topi).

In questo studio gli autori mostrano come non esistano prove scientifiche che studino quanto il modello murino sia valido nel simulare corrispondenti malattie infiammatorie umane, mentre è decisamente chiaro quanto i risultati ottenuti sul topo siano scarsamente correlabili alle condizioni umane. Leggi il resto »

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mag 01

Dieta a base vegetale protettiva contro il cancro

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Pubblicato da Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana il 30 aprile 2013. ScienzaVegetariana.it

 

Nuovo studio: la dieta vegetariana, in particolare quella vegana, protegge dal cancro.

Le diete vegetariane, in special modo nella variante vegana, risultano essere protettive nei confronti del cancro rispetto alle diete non vegetariane, come evidenziato da un nuovo studio pubblicato dall’AACR (American Association for Cancer Research).

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention“, nel novembre 2012 e si intitola “Vegetarian Diets and the Incidence of Cancer in a Low-risk Population” (Diete vegetariane e incidenza di cancro in una popolazione a basso rischio”.

Gli autori evidenziano come il cancro sia la seconda causa principale di morte negli USA e come i fattori dietetici siano responsabili di almeno il 30% di tutti i tumori dei paesi occidentali. Questa percentuale aumenta di molto per specifici tipi di tumori, i più diffusi: il 50% per il tumore a pancreas e mammella e 70-75% per quello alla prostata e al colon-retto.

Questo studio ha cercato di determinare le associazioni tra la dieta e il rischio di sviluppare il cancro. I modelli dietetici esaminati sono: onnivoro, lacto-vegetariano, pesco-vegetariano, vegano, semi-vegetariano. I ricercatori hanno analizzato i 69.120 partecipanti allo studio Adventist health Study-2 e hanno conteggiato sia il numero di casi totali di insorgenza di cancro, sia le varie tipologie di cancro.

In totale, sono stati riscontrati 2.939 casi di cancro. I risultati dell’analisi statistica della correlazione tra dieta e incidenza di cancro sono stati:

- I latto-ovo-vegetariani hanno una probabilità di sviluppare il cancro dell’8% inferiore rispetto agli onnivori, vale a dire che il loro rischio di sviluppare un tumore è mediamente del 92% rispetto agli onnivori; questo per quanto riguarda il numero totale di tumori.

- Quando parliamo di tumori specifici del tratto gastrointestinale, il rischio è ancora minore, il 76% rispetto agli onniovori, mediamente (vale a dire il 24% in meno).

- Con l’alimentazione vegan, 100% vegetale, i risultati sul totale sono ancora migliori: una dieta vegan ha un rischio dell’84% rispetto a quella onnivora, vale a dire un 16% in meno, sul totale del numero di casi di cancro.

- In particolare, per i tumori specifici femminili, il rischio diminuisce al 66% (il 34% in meno rispetto agli onnivori).

Va notato tuttavia che questi risultati sono stati ottenuti studiando una popolazione in cui gli onnivori hanno un consumo di carne decisamente inferiore rispetto alla media dei paesi occidentali (si tratta della popolazione degli Avventisti, il cui stile di vita è mediamente più sano rispetto al resto dei paesi industrializzati), quindi un confronto rispetto a una dieta onnivora coi consumi medi reali sarebbe stato ancora più favorevole all’alimentazione vegetariana, in partcolare vegana, come d’altra parte ammettono gli stessi autori della ricerca, sia nelle conclusioni che nello stesso titolo (parlano infatti di una popolazione “a basso rischio”).

 

Fonte:

Yessenia Tantamango-Bartley, Karen Jaceldo-Siegl, Jing Fan1, Gary Fraser, “Vegetarian Diets and the Incidence of Cancer in a Low-risk Population“, Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2013 Feb;22(2):286-94. doi: 10.1158/1055-9965.EPI-12-1060. Epub 2012 Nov 20.

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mag 01

Un componente dei cibi animali aumenta il rischio cardiovascolare

Physicians Committee for Responsible Medicine. Component of Animal Products Increases Risk of Heart Disease. April 26, 2013. Breaking Medical News. PCRM.org – Traduzione di InformazioneAlimentare.it

 

Un sottoprodotto della colina, un componente abbondantemente presente nei cibi di origine animale, può portare ad un aumentato rischio di attacco cardiaco e morte prematura, secondo un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine. I ricercatori hanno monitorato 4007 partecipanti ed hanno scoperto che quelli con più alti livelli di questo sottoprodotto avevano un rischio di evento cardiovascolare aumentato del 250%, in confronto a quelli con livelli inferiori. Gli autori hanno sottolineato che una dieta vegetariana o con alto apporto di fibre possa ridurre l’introito di colina e contenere il rischio di malattie cardiache.

Un altro recente studio aveva dimostrato analoghi meccanismi per gli alimenti carnei ad alto contenuto di carnitina e malattie cardiache.

 

References

Tang WHW, Wang Z, Levison BS, et al. Intestinal microbial metabolism of phosphatidylcholine and cardiovascular risk. New England Journal of Medicine. 2013;368:1575-1584.

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apr 21

L’attività fisica non determina il peso corporeo nei bambini

Physicians Committee for Responsible Medicine. Exercise Does Not Determine Children’s Body Weight. April 19, 2013. Breaking Medical News. PCRM.org – Traduzione di InformazioneAlimentare.it

 

L’attività fisica non influenza il peso corporeo nei bambini in età prescolare, secondo un nuovo studio tedesco. I ricercatori hanno analizzato i dati su 92 bambini di età compresa tra 3 e 6 anni per una media di 7 giorni consecutivi ed hanno scoperto che l’attività fisica svolta non influisce sulla prevalenza di sovrappeso od obesità tra gli stessi. Lo studio ha invece dimostrato l’influenza dello stato socioeconomico sul peso corporeo.

Questo studio conferma i risultati di precedenti studi i quali dimostravano che, sebbene l’esercizio fisico conferisca benefici per la salute, sia di scarsa importanza nel determinare il peso corporeo e una mancanza di attività fisica non costituisca un fattore di rischio per l’obesità infantile.

 

References

Vorwerg Y, Petroff D, Kiess W, Blüher S. Physical activity in 3-6 year old children measured by SenseWear Pro®: direct accelerometry in the course of the week and relation to weight status, media consumption, and socioeconomic factors. PLoS One. 2013;8:e60619.

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apr 19

Consumo di pesce: l’esposizione al mercurio aumenta il rischio di diabete

Physicians Committee for Responsible Medicine. Increased Mercury Leads to Increased Risk of Diabetes. April 17, 2013. Breaking Medical News. PCRM.org – Traduzione di InformazioneAlimentare.it

 

Le persone esposte al mercurio in età giovane-adulta sono più soggette allo sviluppo di diabete più avanti nella vita, secondo un nuovo studio pubblicato dall’American Diabetes Association. I ricercatori hanno monitorato 2875 americani per una media di 18 anni. Coloro che sono stati maggiormente esposti al mercurio risultavano il 65% più inclini a sviluppare diabete, rispetto a chi era soggetto a esposizioni più basse. Secondo la U.S. Environmental Protection Agency, la più comune modalità di esposizione al mercurio per gli americani è il consumo di pesce.

 

References

He K, Xun P, Liu K, Morris S, Reis J, Guallar E. Mercury exposure in young adulthood and incidence of diabetes later in life: the CARDIA trace element study. Diabetes Care. Published ahead of print February 19, 2013.

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apr 18

Carne, latticini e altri cibi malsani peggiorano l’invecchiamento

Physicians Committee for Responsible Medicine. Eating More Meat, Dairy, and Other Unhealthful Foods Leads to Worse Aging. April 17, 2013. Breaking Medical News. PCRM.org – Traduzione di InformazioneAlimentare.it

 

In seguito a un follow-up della durata media di 16 anni le persone che conducevano la tipica dieta occidentale, che comprende alto consumo di carne rossa e carne conservata, latticini grassi e cibi fritti, erano a più alto rischio di morte prematura e malattie croniche incluse malattie cardiovascolari, ictus, tumori e disturbi mentali, in confronto ai soggetti che evitavano tale modello dietetico. I ricercatori hanno elaborato dati ottenuti su 5350 partecipanti al WhitehalI II study di Londra ed assegnato un punteggio al pattern dietetico attraverso l’Alternative Healthy Eating Index (AHEI) per valutare il rischio di malattia. Le persone con punteggio AHEI più alto hanno ottenuto risvolti positivi per la salute nell’invecchiamento.

 

References

Akbaraly T, Sabia S, Hagger-Johnson G, et al. Does overall diet in midlife predict future aging in phenotypes? A cohort study. American Journal of Medicine. 2013; 126:411-419.

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apr 16

Cuore sano = cuore vegetariano

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Pubblicato da Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana il 14 aprile 2013. ScienzaVegetariana.it

 

Nuova scoperta sulla relazione tra consumo di carne e aterosclerosi.

Un nuovo studio condotto dai ricercatori della Cleveland Clinic’s Heart and Vascular Institute ha sottoposto a indagini cardiologiche un gruppo di 2595 pazienti, suddivisi in tre gruppi (onnivori, latto-ovo-vegetariani e vegani), e ne ha valutato i livelli di carnitina, di TMAO (trimethylamine-N-oxide) e il rischio cardiovascolare.

Lo studio ha evidenziato come nei soggetti che presentano più elevati livelli di TMAO, livelli plasmatici più elevati di carnitina risultino associati con un maggior rischio di cardiopatia, infarto, ictus cerebrale e morte.

La carnitina è una sostanza che si trova nel muscolo e interviene nell’utilizzo dell’energia da parte del muscolo stesso. Oltre ad essere presente nelle carni (=muscolo animale) è ampiamente utilizzata dagli sportivi come integratore e viene persino aggiunta ad alcune bevande “energizzanti”.

La TMAO è un prodotto che deriva dalla trasformazione della carnitina stessa ad opera dei batteri intestinali, e che potrebbe favorire l’aterosclerosi, cioè la comparsa di ispessimento e indurimento delle arterie. I livelli di TMAO sono quindi determinati dal tipo di flora batterica intestinale.

La flora intestinale degli onnivori, che assumono le maggiori quantità di carnitina, produce anche più elevate quantità di TMAO, e questa combinazione potrebbe essere responsabile per loro un maggior rischio cardiovascolare. Per contro, la produzione di TMAO da parte della flora batterica intestinale dei vegetariani (latto-ovo e vegani) risulta essere molto più bassa.

La carnitina è infatti virtualmente assente nelle diete vegetariane (sia latto-ovo che vegane), e i vegetariani che non utilizzino fonti artificiali di carnitina di fatto non la assumono con la dieta, cosicché essa non arriva all’intestino producendo metaboliti dannosi. L’organismo umano è in grado di produrre da solo la carnitina che gli serve, nella quantità adeguata, a partire anche da fonti vegetali, quindi essa non è una sostanza essenziale nell’alimentazione. Questo studio ha mostrato che non solo non è necessaria, ma anzi, maggiori sono le quantità assunte, maggiore è il rischio cardiovascolare.

Ecco quindi che, oltre al legame ormai ben accertato tra grassi animali (cioè grassi saturi e colesterolo) e malattie cardiovascolari, emerge la possibilità che altri composti contenuti nelle carni, come la carnitina e i suoi prodotti di trasformazione, aumentino il rischio di malattie legate all’aterosclerosi in chi mangia carne. Questo può contribuire a spiegare i ben dimostrati benefici cardiovascolari delle diete che escludono la carne, cioè le diete vegetariane.

Fonte:
Koeth RA, Wang Z, Levison BS, et al. Intestinal microbiota metabolism of L-carnitine, a nutrient in red meat, promotes atherosclerosis. Nature Medicine. Published online April 7, 2013.

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apr 14

Quanti animali uccidono gli onnivori più dei vegetariani?

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Pubblicato da Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana il 10 aprile 2013. ScienzaVegetariana.it

 

Secondo capitolo della saga “Lo stolto, il dito e la dieta vegetariana”.

Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, reduce dal Congresso Internazionale di Nutrizione Vegetariana (Loma Linda, California, 24-26 febbraio 2013), dove ha presentato i risultati preliminari delle proprie ricerche sull’impatto ambientale e sociale delle scelte alimentari, condotte in collaborazione con il NEIC (Centro Internazionale di Ecologia della Nurizione), intende far chiarezza sui contenuti di alcuni recenti articoli apparsi su giornali e riviste.

Si tratta dell’ennesima “good news” che vorrebbe securizzare gli onnivori sulla bontà della propria scelta alimentare. Dopo il fallimento del tentativo di convincere l’opinione pubblica che una dieta onnivora sia più favorevole alla salute di una dieta vegetariana, ora si fa leva sull’aspetto etico, arrivando a sostenere che, rispetto a quella vegetariana, la scelta onnivora risulterebbe addirittura più rispettosa della vita animale.

Nello specifico, è stata data ampia risonanza allo studio del Prof. Mike Archer, paleontologo australiano, il quale vorrebbe dimostrare che l’alimentazione vegetariana uccide più animali rispetto a quella onnivora, dimostrando invece solo la propria abissale incompetenza nel campo dell’ecologia della nutrizione.

Secondo lo studio di Archer, gli animali allevati per produrre cibo per gli umani pascolerebbero liberi e felici in terreni paradisiaci, senza procurare danni all’ecosistema. Invece coltivare la terra per ottenere cibo vegetale per diretto consumo umano ucciderebbe piccoli mammiferi e insetti in misura molto maggiore, circa 25 volte di più del numero di animali uccisi dagli onnivori per farne cibo.

Questa teoria è palesemente assurda e possiamo sintetizzarne la ragione nella frase: “gli animali allevati per produrre cibo per l’uomo non vivono d’aria” (né di scarti come Archer vorrebbe far credere).

Infatti, la stragrande maggioranza degli animali allevati non è nutrita con erba, né con scarti, ma con vegetali appositamente coltivati. Nei vari articoli esultanti per il risparmio di vite ottenuto macellando animali di ogni specie (!) non si tiene conto – per disonestà intellettuale o acritica ignoranza – del cosiddetto “indice di conversione”, presentato in ogni manuale di zootecnia: un animale allevato, per aumentare di un kg di peso corporeo, deve mangiare mediamente 15 kg di cibo vegetale, che è coltivato appositamente. Se la coltivazione di cibo vegetale comporta l’uccisione di insetti e piccoli mammiferi, queste morti vanno messe in conto anche a chi mangia cibi animali, moltiplicate per 15 rispetto a quelle causate da chi si nutre direttamente di vegetali. Leggi il resto »

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