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La terapia alimentare per la dismenorrea primaria (Aggiornato: 11/10/2012) 0

La terapia alimentare per la dismenorrea primaria (Aggiornato: 11/10/2012)

DismenorreaDI CARLO MARTINI
www.informazionealimentare.it

DEFINIZIONE ED ACCENNI DI PATO-FISIOLOGIA

La dismenorrea si definisce come una dolorosa e forte sensazione di crampi al basso addome, che si manifesta durante o prima le mestruazioni (Lentz, 2007). I crampi potrebbero interessare anche la zona lombare o le gambe, ed essere accompagnati da altri sintomi come sudorazione, tachicardia, mal di testa, nausea, vomito, diarrea e tremiti.

Questi sintomi possono venir riscontrati fin dal menarca o comunque prima dei 20 anni con un normale ciclo ovulatorio e senza un’associata patologia o condizione pelvica (dismenorrea primaria o funzionale), oppure sorgere in un periodo successivo della vita come conseguenza di endometriosi, fibroidi etc (dismenorrea secondaria).

Durante le mestruazioni, la sensazione del dolore deriva dalle contrazioni dei muscoli uterini, accompagnate da un ridotto afflusso sanguigno (ischemia) e un restringimento dei vasi sanguigni (vasocostrizione) nei tessuti circostanti. Le contrazioni sono indotte da alcune molecole simili a degli ormoni  (eicosanoidi), sintetizzate a partire da una stessa fonte nelle membrane cellulari (acido arachidonico), ed aventi un effetto pro-infiammatorio: prostaglandina F2α, prostaglandina E2, leucotriene E4. Le donne che soffrono di dismenorrea potrebbero essere particolarmente sensibili a queste molecole, oppure sintetizzarne in eccesso (Harel, 2006; IQWIG, 2011).

Inoltre, per completezza, ricordiamo che in questi processi potrebbe avere un ruolo anche l’ormone vasopressina (French, 2005).

Patofisiologia della dismenorrea

Figura: Patofisiologia della dismenorrea. Fonte: Harel, 2006

Nutrizione vegan e studi di popolazione 0

Nutrizione vegan e studi di popolazione

DI CARLO MARTINI
Scritto per ComeDonChisciotte.org ed InformazioneAlimentare.it

All’interno della ricerca bio-medica, una delle tipologie di indagine più rinomate è costituita dagli studi prospettici di coorte, ossia quelli che seguono per un certo periodo di tempo (idealmente alcuni decenni) determinati gruppi di popolazione che presentino caratteristiche omogenee ed un buono stato di salute all’inizio della ricerca, per poi correlarne specifiche abitudini di vita con il rischio (ossia l’incidenza effettiva o la mortalità) di svariate patologie attraverso l’analisi statistica dei dati.

Per quanto riguarda i vegetariani stretti (vegan) i primi studi di questo tipo con campioni veramente significativi sono attualmente in corso: uno in gran Bretagna, l’altro in Nord America. Riassumiamo di seguito i risultati ottenuti fin’ora.

GRAN BRETAGNA: EPIC-OXFORD

Partecipanti: 65.000 complessivi, 24.987 vegetariani, 2.162 vegan

Note: Facente parte della European Perspective Investigation Into Cancer (http://epic.iarc.fr/)

Sito ufficiale: http://www.epic-oxford.org/home/

A confronto con onnivori, pescetariani e latto-ovo-vegetariani, ed al netto di tutti gli aggiustamenti statistici del caso (età, genere sessuale, livello educativo, attività fisica, fumo, consumo di alcool etc) i vegan risultano il gruppo sociale con i più bassi livelli di:

– Sovrappeso ed obesità (Spencer, 2002)
– Costipazione (Sanjoaquin, 2004)
– Ipertensione (Appleby, 2002)
– Cataratta (Appleby, 2011)
– Diverticolite (Crowe, 2011)

Appleby PN, Davey GK, Key TJ. Hypertension and blood pressure among meat eaters, fish eaters, vegetarians and vegans in EPIC-Oxford. Public Health Nutr. 2002 Oct;5(5):645-54.
Appleby PN, Allen NE, Key TJ. Diet, vegetarianism, and cataract risk. Am J Clin Nutr. 2011 May;93(5):1128-35. Epub 2011 Mar 23.
Crowe FL, Appleby PN, Allen NE, Key TJ. Diet and risk of diverticular disease in Oxford cohort of European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC): prospective study of British vegetarians and non-vegetarians. BMJ. 2011 Jul 19;343:d4131. doi: 10.1136/bmj.d4131.
Sanjoaquin MA, Appleby PN, Spencer EA, Key TJ. Nutrition and lifestyle in relation to bowel movement frequency: a cross-sectional study of 20630 men and women in EPIC-Oxford. Public Health Nutr. 2004 Feb;7(1):77-83.
Spencer EA, Appleby PN, Davey GK, Key TJ. Diet and body mass index in 38000 EPIC-Oxford meat-eaters, fish-eaters, vegetarians and vegans. Int J Obes Relat Metab Disord. 2003 Jun;27(6):728-34.

Malattie cardiovascolari. Ad oggi non c’è stato ancora un numero sufficiente di decessi per poter separare il gruppo dei vegan da quello più generale dei vegetariani, che comunque presentano una ridotta mortalità per malattia ischemica (Key, 2009). E’ vero che, numericamente, i dati non hanno raggiunto la significatività statistica, ma essendo ampiamente compatibili con precedenti studi prospettici sui vegetariani (Key 1999, Chang-Claude 2005), i ricercatori del progetto non hanno esitato a definirli “potenzialmente di grande importanza per la salute pubblica”.

La soia nella nutrizione umana: l’evidenza scientifica ad oggi 0

La soia nella nutrizione umana: l’evidenza scientifica ad oggi

DI CARLO MARTINI
www.informazionealimentare.it

La maggioranza delle campagne mediatiche contro la soia trae origine dalle teorie di un’organizzazione statunitense, la Weston A Price Foundation (WAPF), impegnata da anni in una campagna per la promozione dei cibi di origine animale e lo screditamento delle diete vegetariane/vegan (di cui, comunque, la soia non è un alimento essenziale, come del resto qualunque altro singolo cibo). Il gruppo ha influenzato anche giornali ad ampia diffusione come The Ecologist, con la direzione di Zac Goldsmith (membro onorario) e gli articoli di Stephen Byrnes (supporter della WAPF, morto d’infarto a 42 anni).

Il metodo utilizzato da quest’organizzazione e realtà analoghe si basa sui principi fondanti di qualsiasi gruppo interessato a promuovere tesi completamente al di fuori da qualsivoglia idea di realtà scientifica, compresi ovviamente quelli che operano in realtà accademico-istituzionali:

– Modelli animali. La sperimentazione animale, oltre ad essere di per sè messa in discussione dall’ampio movimento internazionale dell’anti-vivisezionismo scientifico, ed essere comunque il tipo di studio (insieme alla colture in vitro) di più basso livello nella ricerca biomedica-nutrizionale – è particolarmente inutile nel caso della soia, viste le differenze specifiche tra umani ed altre specie nel metabolismo degli isoflavoni.

– “Teorie” biochimiche. Supposizioni sugli effetti a breve e a lungo termine di determinati composti (come i fitati o gli isoflavoni) senza ricerche su umani in grado di supportarle.

– Ricerche su umani decontestualizzate. Risultati contrastanti sono un fenomeno fisiologico della ricerca scientifica, ed il motivo per cui delle certezze possono essere raggiunte solo considerando il complesso della ricerca su un determinato tema.

La WAPF e i suoi metodi sono comunque già stati analizzati per esteso altrove. Si vedano, ad esempio:

Justine Butler, Ignore the anti-soya scaremongers, The Guardian (Thursday 1 July 2010 11.08 BST)

Leo Babauta, Finally, the Truth About Soy, Zen Habits (30 May 2011)

Riguardo alla soia, considerare il complesso della ricerca (ed in particolare le rassegne e le meta-analisi di pubblicazioni scientifiche) è quello che ha fatto Jack Norris di VeganHealth.org in Soy: What’s the Harm?, forse la più completa ed aggiornata analisi sulla soia che si possa trovare oggigiorno. Quanto segue è prevalentemente un riassunto del lavoro di Norris, a cui rimandiamo per approfondimenti e per i link agli abstract delle pubblicazioni originali. Da notare che, nelle righe seguenti, lo scopo non è enfatizzare i potenziali benefici della soia (per esempio, non trattiamo la questione della funzionalità renale e dell’osteoporosi), bensì focalizzarsi sui punti di controversia che sono stati sollevati negli anni e vedere cosa emerge dalla ricerca bio-medica effettiva.